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Story Publication logo July 22, 2025

Soybeans and Sunflowers Grown in Africa To Produce Biofuels in Italy: Here’s What’s Happening (Italian)

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The impact of different production models for food security

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An English summary of this report is below. The original report, published in Italian in Corriere Della Sera, follows.


Louvakou is one of three sites in the Republic of Congo where Italian energy company Eni began experimenting with castor oil cultivation “on degraded lands” in 2022 to independently produce feedstocks to supply its biofuel plants.

The idea of ​​castor oil, a non-food crop that could regenerate degraded lands, stems from the need—driven by EU regulations—to rely on “sustainable” vegetable oils for fuel production. These are vegetable oils that are not meant to cause deforestation nor compete with food production.

But this investigation found that these projects are currently closed, or at a standstill in the experimental phase, while the company has started large-scale production of sunflowers and soybeans in Congo, food crops that could otherwise have an impact on local food security.


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Soia e girasoli coltivati in Africa per produrre biocarburanti in Italia: ecco cosa sta succedendo

Progetti agricoli, terre inutilizzate, sicurezza alimentare e il piano Mattei per i biocombustimili e l'automotive: i piani dell'Europa (e dell'Italia) per l'Africa


Il 28 giugno Eni ha annunciato l’inaugurazione di un impianto di spremitura di oli vegetali a Loudima, nel dipartimento della Bouenza, nella Repubblica del Congo. Lo scopo dell’impianto è lavorare raccolti locali per produrre oli vegetali, da esportare alle bioraffinerie in Italia per produrre biocarburanti.

Secondo fonti di stampa locali, già nel 2025 l’impianto di spremitura produrrà 30.000 tonnellate di oli vegetali, alimentato da una produzione agricola di 1,1 milioni di tonnellate di soia e girasole, su una superficie di 15.000 ettari.

«Abbiamo coltivato, in terreni abbandonati da decenni, girasole con delle rese molto buone, e la cosa importante è la produzione di olio nel nostro agri-hub», ci racconta Luigi Ciarrocchi, direttore CCUS, Forestry & Agro-feedstock di Eni.

Sia la soia che il girasole sono colture edibili, adatte a fini alimentari, e pertanto la loro coltivazione per la produzione di biocarburanti è disincentivata dall’Unione Europea, sebbene sia consentita in alcuni casi. Secondo le Nazioni Unite, nella Repubblica del Congo «la produzione alimentare interna soddisfa solo il 30% del fabbisogno del Paese, costringendo il Paese a fare forte affidamento sulle importazioni alimentari», mentre «la malnutrizione cronica è un problema urgente, in particolare tra i bambini di età inferiore ai cinque anni, di cui il 19,6% è affetto».


Il dipartimento della Bouenza, dove sorge l’impianto di Eni, è definito come «il granaio del Congo», per via dell’elevata fertilità dei terreni. Secondo Ciarrocchi, però, il progetto sfrutta terreni che sono diventati difficili da coltivare perché inutilizzati da decenni, dopo la fine di grandi progetti agricoli pubblici a partire dagli anni ‘70 e ‘80, e che pertanto possono essere considerati «degradati».

L’azienda ha riattivato i terreni, fornendo a consorzi di agricoltori locali «una serie di servizi» come le semenze, gli agrofarmaci e un parco di 200 mezzi agricoli pesanti, per poi acquistare tutti i raccolti per la spremitura nel proprio impianto.

Progetti agricoli in Africa

Oggi Eni produce biocombustibili usando principalmente sottoprodotti dell’olio di palma importati da Malesia e Indonesia, come PFAD e POME, spesso criticati per il loro potenziale impatto sulla deforestazione e sulla sicurezza alimentare, e oli da cottura esausti. Per questo, volendo aumentare esponenzialmente la produzione di combustibili nei prossimi anni, l’azienda ha avviato progetti in Congo e in altri Paesi, come il Kenya, la Costa d’Avorio, il Mozambico.

L’azienda prevede di aumentare la propria capacità di bioraffineria da 1,65 milioni di tonnellate all’anno a 5 milioni di tonnellate di biocarburanti e oltre 2 milioni di tonnellate di carburanti per l’aviazione sostenibili entro il 2030. Per raggiungere questo obiettivo, Eni si è posta l'obiettivo di coltivare 1 milione di tonnellate di oli vegetali al 2030.

«Per indirizzare la disponibilità di feedstock (materie prime vegetali, ndr), abbiamo in corso diversi progetti chiamati agri-hub, che sono focalizzati a produrre oli vegetali coltivati in terreni degradati», ci ha detto Stefano Ballista, amministratore di Enilive, società satellite di Eni, durante una visita a giugno alla bioraffineria di Porto Marghera, alle porte di Venezia.

Terre inutilizzate e sicurezza alimentare

In Congo Eni aveva originariamente in piano di produrre 20.000 tonnellate di oli vegetali entro il 2023, utilizzando coltivazioni sperimentali e non alimentari come l’olio di ricino, la brassica e il cartamo.

L’idea dell’olio di ricino, una coltura non alimentare, nasceva dalla necessità - dettata dalle normative UE - di utilizzare materie prime «sostenibili», ovvero che non causano deforestazione e non sono in competizione con le filiere alimentari. Ma finora in Congo il progetto di coltivazione del ricino non ha dato i risultati sperati: uno dei tre progetti pilota, nel dipartimento di Niari, ha chiuso i battenti, mentre altri due progetti pilota, nei dipartimenti di Pool e Bouenza, sono ancora in fase sperimentale.

«La produzione di ricino c’è ancora, ma è stata ridimensionata a favore di altre produzioni», ci dice Chris Nsimba, agricoltore di Loudima, la città dove si trova l’impianto di Eni, che ha partecipato all’inaugurazione.

Secondo Nsimba, Eni non è l’unica azienda ad aver sviluppato progetti agricoli su vasta scala orientati all’export nel distretto di Bouenza, portando a suo avviso «sviluppo economico» ma uno scarso contributo alla sicurezza alimentare.

Secondo Ciarrocchi, al contrario, l’impianto di spremitura di Eni contribuisce al reddito locale, ma anche alla sicurezza alimentare, attraverso la vendita di sottoprodotti della spremitura, che hanno un forte contenuto proteico, e che possono essere usati per produrre mangimi per gli allevatori di pollame locali.

Il Piano Mattei per i biocombustibili e l’automotive

L’aspetto della disponibilità e della sostenibilità delle materie prime è centrale nella definizione del ruolo dei biocombustibili nella transizione green del settore dei trasporti in Europa, che oggi rappresenta un quarto delle emissioni comunitarie.

Secondo Ciarrocchi i biocombustibili possono avere un ruolo strategico per decarbonizzare «il trasporto aereo, quello su nave, ma anche quello pesante su strada», che definisce «settori fortemente emissivi, dove è molto difficile abbattere le emissioni». Eni però è parte di un’alleanza di produttori di carburanti e automobili che sta facendo pressioni in Europa per promuovere l’uso dei biocombustibili anche nel settore auto, che richiederebbe quantitativi molto superiori. Lo scopo di questa alleanza è di evitare il bando alle automobili a combustione interna, previsto in UE dal 2035, sostenendo che le auto «tradizionali» possano diventare a emissioni zero se alimentate con biocombustibili. Secondo i critici non vietare il motore endotermico rischierebbe di ritardare l’abbandono dei combustibili fossili. «La realtà dei fatti è che coltivare materie prime per crearci degli oli vegetali, miscelarli al fossile e bruciarli in un’auto, che comunque alle ruote trasferisce solo il 20% dell’energia, è un gioco energetico che non ha ragion d’essere nell’auto» ci dice Carlo Tritto, Sustainable fuel manager della Ong Transport & Environment Italia, che sostiene la transizione all’elettrico per le auto e l’uso dei biocarburanti nel solo settore aereo.

In questo dibattito il governo Italiano è schierato con i produttori di auto e di combustibili, tanto che la produzione di materie prime agricole in Africa per produrre biocarburanti è una delle principali ragioni d’essere del Piano Mattei, il programma di cooperazione lanciato a gennaio 2024 dall’Italia, con una dotazione iniziale di 5,5 miliardi di euro.

«Il Piano Mattei è un veicolo che serve […] per i Paesi del Nord Africa e di tutta l’Africa per svilupparsi sul fronte della produzione agricola», ha detto Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell'Ambiente e della sicurezza energetica dell'Italia, intervenuto a un evento a sostegno dei biocombustibili nella sede di Eni, «e per beneficiare - quei Paesi, ma anche il nostro Paese e tutta l’Europa continentale - di quella che è la produzione poi di carburanti» ha detto.

Il programma di Eni in Congo non rientra nei progetti finanziati dal Piano Mattei. In Congo il Piano Mattei sostiene un progetto di produzione agricola per scopi alimentari di Bonifiche Ferraresi, con cui Eni (che è anche azionista) ha siglato a febbraio un accordo per lo sviluppo di materie prime per biocombustibili. Tra i progetti finanziati dal Piano Mattei rientra invece quello di Eni in Kenya per la produzione di materie oli vegetali da destinare alla bioraffinazione, che si sviluppa su 80.000 ettari.

A giugno il presidente del Consiglio Giorgia Meloni e la presidente della commissione UE Ursula von der Leyen si sono incontrati a Roma con i leader dell’Unione Africana, dell’Angola (Paese dove partirà il prossimo progetto di Eni), dello Zambia, della Repubblica Democratica del Congo, della Tanzania, per discutere gli ulteriori sviluppi del Piano.

«Mobilitiamo insieme il grande potenziale delle energie rinnovabili africane e la decarbonizzazione della crescita economica» ha affermato von der Leyen. La presidente della Commissione UE ha citato una serie di investimenti in progetti infrastrutturali, come il Corridoio di Lobito, «un vero e proprio corridoio economico, che ci consente di sbloccare l'enorme potenziale dell'Angola, della Repubblica Democratica del Congo e dello Zambia» ha affermato. «Ecco perché investiamo in strade, nelle filiere agricole, nei centri logistici».


Marien Nzikou-Massala ha collaborato a questo servizio.